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Scilla fibula di cinturone

 

Scilla e Glauco . Narrano gli antichi che un tempo vivesse sulle rive dello stretto di Scyllae  la bellissima ninfa Scilla figlia di Tifone ed Echidina (o secondo altri di Forco e di Craetis). La fanciulla  era solita recarsi sugli scogli di Zancle, per passeggiare a piedi nudi sulla spiaggia e fare il bagno nelle acque limpide del mar Tirreno. Una sera, mentre era sdraiata sulla sabbia, sentì un rumore provenire dal mare e notò un'onda dirigersi verso di lei. Impietrita dalla paura, vide apparire dai flutti un essere metà uomo e metà pesce dal corpo azzurro con il volto incorniciato da una folta barba verde ed i capelli, lunghi sino alle spalle, erano pieni di frammenti di alghe. Era un dio marino, che un tempo era stato un pescatore di nome Glauco ,  un prodigio lo aveva trasformato in un essere di natura divina. Scilla, terrorizzata alla sua vista, si rifugiò sulla vetta di un monte che sorgeva vicino alla spiaggia. Il dio marino, vista la reazione della ninfa, iniziò ad urlarle il suo amore e a raccontarle la sua drammatica storia. Era un tempo Glauco un pescatore e trascorreva le sue lunghe giornate solitarie a pescare. Un giorno, dopo una pesca più fortunata del solito, aveva disteso le reti ad asciugare su un prato adiacente alla spiaggia, ed aveva allineato i pesci sull'erba per contarli quando ad un tratto i pesci cominciarono ad agitarsi in modo strano. Presero vigore, si allinearono in branco come fossero in acqua e saltellando, fecero ritorno in mare. Glauco, esterrefatto da tale prodigio, non sapeva se pensare ad un miracolo o ad uno strano capriccio di un dio. Non immaginando tuttavia che un dio potesse perdere tempo con un umile pescatore, pensò che lo strano fatto dipendesse dall'erba e provò ad ingoiarne qualche filo. Come l'ebbe mangiato, sentì un nuovo essere nascere dentro di lui che combatteva la sua natura umana fino trasformarlo in un essere acquatico attratto irresistibilmente dall'acqua. Gli dei del mare lo accolsero benevolmente tanto che pregarono Oceano e Teti di liberarlo delle ultime sembianze di natura umana e terrena e di renderlo un essere divino. Accolta la loro preghiera, Glauco fu trasformato in un dio e dalla vita in giù fu mutato in un pesce.

Ecco come Ovidio (Metamorfosi, XIII, 924 e sgg) narra l'episodio:

Era un bel prato lì presso la spiaggia, cui parte copriva 
L'onda del mare, cingevano parte le tenere erbette, 
Che le giovenche cornute non morsero lè quiete 
Pecore mai non brucarono nè mai l'irsute caprette. 
... Per primo sopra quel cespo sedetti seccando le madide nasse; 
E, per contarli, sul prato disposi con ordine i pesci (...) 
Tutti quei pesci cominciarono a muoversi al tocco dell'erba, 
Guizzano e saltano in terra così come fossero in mare. 
Mentre mi indugio e stupisco, lo stuolo di tutti quei pesci 
Gittasi dentro nell'onde native e me lascia e la spiaggia. (...) 
Mi meraviglio, rimango perplesso, ne cerco la causa, 
se qualche nume abbia fatto il miracolo o il succo dell'erba. 
Ma qual'è l'erba così portentosa? Ne velsi un pugnetto 
Con una mano e la morsi coi denti. Ma come la gola 
Ebbe inghiottito l'incognito succo, sentii trepidarmi 
Tosto i precordi e nel petto l'amore di un altro elemento. 
Poco potei rimanere sul lido e sclamai: - Vale, terra, 
Dove non ritornerò! - e m'immersi col corpo nell'onde. 
Gli dei marini degnarsi d'accogliermi come compagno; 
Pregar l'Oceano e Teti di tormi la parte mortale. (...) 
Quando rinvenni trovai che del tutto non ero più quello 
c'ero già stato pel corpo e che l'animo aveno diverso. 
Di verde cupo mi vidi la barba allor tinta la prima 
Volta ed i lunghi capelli che strascico sul vasto mare; 
Vidi le braccia cerulee e gli omeri fatti stragrandi 
E, come cosa di pesce, ricurve le gambe all'estremo.


Scilla con corpo bifido

Scilla, dopo aver ascoltato il racconto di Glauco, noncurante del suo dolore, andò via lasciandolo solo e disperato. Allora Glauco pensò di recarsi all'isola di Eea dove sorgeva il palazzo della maga Circe sperando che potesse fare un sortilegio per far innamorare Scilla di lui. Circe, ascoltato il racconto di Glauco e compreso  il suo folle amore lo ammonì duramente, ricordandogli che era un dio e pertanto non aveva bisogno di implorare una donna mortale per farsi amare e per dimostrargli quanto lui si sbagliasse a considerarsi sfortunato, gli propose di unirsi a lei. Ma Glauco si rifiutò di tradire il suo amore per Scilla e lo fece in modo così appassionato che Circe, furiosa per essere stata rifiutata a causa di una misera se pur bella mortale, decise di vendicarsi. Non appena Glauco se ne fu andato, appronto un filtro e si recò presso la spiaggia di Zancle, dove Scilla era solita recarsi. Versò il filtro in mare e soddisfatta, ritornò alla sua dimora. Quando Scilla arrivò, accaldata dalla grande afa della giornata, decise di immergersi nelle acque limpide. Ma, dopo essersi bagnata, vide sorgere intorno a se mostruose teste di cani rabbiosi e ringhianti. Spaventata cercò di scacciarli ma, fuggendo nell'acqua, si accorse che quei musi erano attaccati alle sue gambe con un collo serpentino che si agitava fremente. Si rese allora conto che sino alle anche era ancora una ninfa ma dalle anche in giù spuntavano sei musi feroci, ognuno orlato di tre file di denti. Fu tale l'orrore che Scilla ebbe di se stessa che si gettò in mare e prese dimora nella cavità di uno scoglio vicino alla grotta dove abitava Cariddi . Pianse Glauco la sorte toccata a Scilla e per sempre rimase innamorato dell'immagine di grazia e dolcezza che la ninfa un tempo rappresentava.

Ecco la descrizione che Omero fa del mostro (Odissea, XII, 112 e sgg)

Scilla ivi alberga, che moleste grida 
Di mandar non ristà. La costei voce 
Altro non par che un guaiolar perenne 
Di lattante cagnuol: ma Scilla è atroce 
Mostro, e sino a un dio, che a lei si fesse, 
Non mirerebbe in lei senza ribrezzo, 
Dodici ha piedi, anteriori tutti, 
Sei lunghissimi colli e su ciascuno 
Spaventosa una testa, e nelle bocche 
Di spessi denti un triplicato giro, 
E la morte più amara di ogni dente.

Scilla e Cariddi, entrambe due spaventosi mostri marini, erano quindi l'una vicino all'altra a formare quello che le genti moderne chiamano Lo Stretto di Messina e mentre Cariddi ingoiava e rigettava tre volte al giorno l'acqua del mare creando dei giganteschi vortici, Scilla attentava alla vita dei naviganti con le sue orrende fauci.

Riportiamo di seguito parte di un bellissimo saggio della scrittrice Lucia Bellassai tratto dalla rivista  Incontri  n. 66/2000, versione integrale alla pagina WEB

Scilla e Cariddi

Il gioco delle parti

Nel mare che bagna le coste della Calabria e della Sicilia il loro mito,uno dei più belli e più suggestivi di tutta la storia greca,vive intatto e potente

Una storia come tante da queste parti e come tante di ogni tempo,impossibile da cancellarsi come quelle raccontate dai “pupari” che ridanno voce e vita agli indimenticabili personaggi di Angelica, Orlando,Rinaldo. Scilla è arrivata fino a noi come bellissima fanciulla poi divenuta mostro e Cariddi come temerario giovanotto con calzari da pastore e coltellino infilzato nella cintura dei pantaloni. Sono i giochi della storia e dell’interpretazione dei racconti nel tempo che tendono a lenire e addolcire quanto risulta da sempre insostenibile da portarsi nell’esistenza dell’uomo. Ma il mito iniziale era diverso da come oggi intendiamo il racconto dei due mostri: Scilla era una ninfa splendida che giocava nelle fredde acque di quaggiù; figlia di Forco e Crataide, di lei si innamorò perdutamente, ma non corrisposto, il dio del mare Glauco. Di Glauco invece era innamorata Circe, che, per togliersi dai piedi la rivale giovane e temibile, pensò bene di rovesciare nelle acque dove soleva bagnarsi Scilla un infuso malefico di erbe. Precorreva i tempi Circe, libertina e inquinatrice di mari, fiumi e laghi, nostra anticipatrice per tante cose. Il risultato fu immediato: Scilla divenne un terrificante mostro marino con dodici piedi e sei teste, nelle cui bocche spuntavano tre file di denti. Alla vita aveva appese teste di cani che ringhiavano con ferocia. Scilla era immortale e l’unica maniera per difendersi da lei era quella di invocare l’aiuto di sua madre, la ninfa del mare, Crataide. Un frammento dell’umanità persa che commuove questa del mostro, che si intenerisce solo dinanzi alla madre. Il mito racconta che il mostro si nascose in una spelonca dello stretto di Messina, dal lato opposto a quello di Cariddi, e quando i naviganti si avvicinavano a lei, con le sue bocche li divorava. Venne infine trasformata in roccia, e così la trovò Enea passando dallo stretto, nel suo peregrinare. Quando si dice gelosia…E da queste parti la radice di certi comportamenti sembra essere rimasta intatta nel tempo come il ricordo di Circe, Scilla e Cariddi. Dall’altra parte Cariddi, che nel mito iniziale era una donna anch’essa, figlia di Poseidone e di Gea, condannata a diventare mostro perché rubò i buoi ad Eracle. Pare che questi fosse particolarmente poco propenso allo scherzo e piuttosto vendicativo e la sua reazione non tardò ad arrivare: Cariddi divenne un mostro che ingoiava e rigettava tre volte al giorno altrettanti vortici di acqua e in modo talmente virulento che Odisseo preferì sfidare la pericolosità di Scilla piuttosto che quella di Cariddi che gli avrebbe distrutto le imbarcazioni. Più tardi, dopo che i suoi uomini erano stati uccisi da Zeus per aver catturato gli armamenti di Elio, la nave di Odisseo venne attratta dal gorgo di Cariddi, e l’eroe sopravvisse soltanto perché riuscì ad aggrapparsi ad un fico che sbucava dall’acqua. Così Scilla e Cariddi: non due innamorati separati e, comunque, fusi nella loro storia d’amore ma piuttosto come il gioco dello specchio per il quale ognuno di noi rispecchia il proprio vissuto nel vissuto dell’altro e ci ritrova le stesse tensioni e le stesse passioni. Per fare eco ai grandi geni del Sud, qui è chiaro e reso sempre più chiaro che "pupo io, pupo tu”, tutti pupi mentre il gran “puparo” pirandelliano si diverte indisturbato. E da queste parti, come nei giorni della fata Morgana, è sempre vivo il gioco degli specchi, diffusissimo, basta solo essere attento e sintonizzato sulla frequenza che la natura ti propone e con facilità ti renderai conto che anche dietro le grandi manifestazioni di potenza c’è, sullo sfondo, un’ineluttabile storia di dolore quasi sempre eguale alla tua.